Ho lasciato passare qualche giorno dalla fine di Venezia 76. Un po’ di tempo per dare spazio ai pensieri senza che fossero trascinati dalle emozioni del momento, dei commenti, delle chiacchiere con i colleghi fuori le proiezioni. Nonostante questo la mia top 5 del Festival del cinema di Venezia 2019 non è affatto cambiata. Quest’anno il livello medio alto non ha permesso che dalle mie labbra uscisse il più timido fischio (ribadirò fino alla morte senza finti perbenismi che qualche volta fischio i film, mi piacciono le esternazioni forti, il non applauso non mi basta) e la rabbia per film con concetti triti e ritriti, per sceneggiature banali quest’anno non è mai comparsa. L’inizio è stato tiepido: il film di apertura Le Verità di Kore-eda Hirokazu con Catherine Deneuve, Juliette Binoche e il povero Ethan Hawke relegato in un ruolo troppo stretto per la sua bravura, che ha poca cifra distintiva dell’autore giapponese e molto del cinema di parola francese (le attrici erano praticamente il film) non ha avuto l’impatto dei film d’apertura degli ultimi anni (ricordiamo Il cigno nero, La La Land, First Man, Birdman, ci metto dentro anche Everest…).
Ma qual è la mia personalissima top 5 di Venezia 76?
Storia di un matrimonio e tutte le declinazioni della separazione
“Una lacrima strappastorie”, avrebbe detto il buon Maccio Capatonda, ma qui siamo di fronte ad una storia strappalacrime, non ci sono dubbi. Non è solo l’argomento, già Kramer contro Kramer (1979 diretto da Robert Benton) aveva esplorato il terreno franoso di una storia d’amore che finisce, del rapporto padre figlio e soprattutto del violento divorzio in tribunale con in mezzo un bambino. No, non è solo questo. Noah Baumbach sceneggiatore e regista di Francis Ha e del bellissimo Mistress America (ve ne ho parlato qui), ha fatto il capolavoro raccontando una storia di separazione “quotidiana”.
Quotidiano come il suo cinema e i suoi personaggi, perché Baumbach riesce a raccontare le cose più banali, quelle sensazioni che tutti prima o poi potremmo provare, in un modo così naturale, delicato e feroce, così viscerale da immergersi completamente nella storia. I due protagonisti sono Adam Driver e Scarlet Johansson, dei giganti nei ruoli di Charlie e Nicole, un regista teatrale e un’attrice sposati e con un figlio piccolo, intraprendono un lungo e sofferto divorzio, divisi tra New York e Los Angeles. La storia abbraccia il dramma, la commedia, il genere legal drama mentre si addentra nelle tecniche usate in tribunale durante i divorzi, anche un po’ di film musicale con una performance canora di Adam Driver enorme. Il fascino del contesto, la famiglia, il teatro, la fragilità dei personaggi e la brillantezza della scrittura della sceneggiatura sono gli elementi che fanno di questo film un piccolo gioiello. Storia di un matrimonio arriverà a dicembre su Netflix e vi spaccherà il cuore in tantissimi pezzi. Un grande consiglio: premunitevi di tanti, tanti fazzoletti.
J’accuse e l’affare Polanski
Lo studi a scuola ma non sai bene fino in fondo cosa sia davvero stato l’Affare Dreyfus, e Roman Polanski con il suo J’accuse ripercorre la vicenda dal punto di vista storico e soprattutto sociale. All’inzio di Venezia 76 c’è anche stata una polemica intorno a questo film, perché la presidente di Giuria del Festival ha dichiarato che non avrebbe preso parte alla cena di gala del film per solidarietà alle donne vittime di violenza. Lucrecia Martel si riferiva alla vicenda che ha condannato il regista 86enne per lo stupro di una 13enne avvenuto nel 1977 a Los Angeles. Polanski da allora è latitante negli Stati Uniti e ha dichiarato che questo film e la valenza storica dell’Affare Dreyfus ha delle analogie con la sua vicenda personale.
Detto questo J’Accuse è un grande film, non solo per la volontà di denunciare ancora una volta come l’abuso di potere e l’errore giudiziario possano commettere degli abomini come nel caso dell’errore giudiziario a sfondo antisemita, che portò alla condanna per spionaggio del giovane ufficiale ebreo nella Francia del 1895, ma anche per la bellezza della ricostruzione storica di grande eleganza. Il film ripercorre la vicenda attraverso il punto di vista Georges Picquart, prima testimone chiave del processo contro Alfred Dreyfus e poi capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato. Picquart dopo la condanna dell’Ufficiale scopre che le informazioni riservate per cui Dreyfus è stato esiliato a L’Isola del diavolo continuano a essere passate ai tedeschi, viene attirato in un pericoloso labirinto di inganni e corruzione, che minaccia non soltanto il suo onore, ma la sua stessa vita. Interessante, avvincente e di grande eleganza: un film bello da vedere e di grande valenza socioculturale.
Joker: è o non è un cinecomic?
Di certo è il Leone D’oro di Venezia 76! Non mi dilungherò in questa questione che infesta i social. Non sono fumettara e prendo il film per quello che è: un dramma in cui si parla di un uomo affetto da una malattia mentale e dimenticato dalla società in cui vive. Un dolore che finisce per essere violenza. Se dovessimo pensare a Joker, film clou di Venezia 76, come un cinecomic, intendendo tutti i film che fino ad ora sono stati presentati in questo genere da Marvel, Sony e DC, allora non lo è. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il regista e sceneggiatore Todd Phillips del film ha ammesso che Joker non è un cinecomic. Certo il personaggio è nato all’interno dei fumetti, quindi si legherebbe al genere per questo motivo, ma a differenza di Logan, altro film che fu classificato come cinecomic d’autore, il film con protagonista Joaquin Phoenix si distanzia prima di tutto per un fattore: l’azione è minima.
Nonostante la diatriba che andrà avanti ancora per molto, considerando che il film arriverà al cinema il 3 ottobre, Joker è un ottimo film, cupo e disperato, che punta quasi tutto sulla performance del suo protagonista. L’elemento che ho apprezzato di più è la disperazione di quello che sarà il Joker, della decisione di raccontare la malattia mentale e dell’abbandono in cui versano gli ultimi della scala sociale, la frustrazione dei reietti e dell’identificazione di massa in uno squilibrio e devianza della società. Ottima la fotografia satura in stile seventies e la sceneggiatura, anche se ci mette un po’ a carburare. L’unico pensiero che mi assilla è: se non ci fosse stato Joaquin Phoenix nel progetto e soprattutto il protagonista non sarebbe stato Joker, il film avrebbe avuto la stessa potenza? Difficile a dirsi, e come in molti mi hanno detto “Beh sarebbe stato un altro film”. Riflessioni a parte, questo è stato uno dei film che ho apprezzato di più per completezza e coinvolgimento.
Martin Eden e la rivincita dell’individuo
Luca Marinelli ha vinto la Coppa Volpi di Venezia 76 per l’interpretazione maschile di Martin Eden, il personaggio iconico del romanzo del 1906 di Jack London che da marinaio diviene scrittore e filosofo. La regia di questo film, che adatta il romanzo d’inizio novecento, è di Pietro Marcello che sfruttando una fotografia d’altri tempi, una regia che unisce immagini di repertorio alla fiction, riportando in scena tematiche socioeconomiche di grande rilevanza che possono fungere da specchio della contemporaneità.
Di questo film mi è piaciuta la scelta di focalizzarsi sui volti del popolo, quello dei vasci napoletani, dei marinai a Mergellina, come un tempo facevano i cinegiornali dell’Istituto Luce, la semplicità del racconto che mette in campo interrogativi universali e approfondisce i pensieri, le frustrazioni e i sentimenti del protagonista, interpretato da un grande Luca Marinelli, qui con accento partenopeo. La storia infatti è ambientata a Napoli senza tempo, in cui si agitano le lotte sindacali comuniste contrapposte all’ambiente borghese liberista che Martin Eden vuole frequentare per elevarsi. Si dice sempre che la cultura eleva, ma Pietro Marcello non ne è poi così convinto e la riflessione umana che Martin Eden mette in campo è davvero apprezzabile. Un film difficile sotto alcuni punti di vista, ma di grande profondità. Ho intervistato Pietro Marcello e Luca Marinelli a Venezia e se volete vedere il video lo trovate qui.
Ema: la donna è un punto fermo in movimento
Forse è il film che vorrei rivedere prima di tutti gli altri perché dopo la visione di Ema non riesco a non pensare ai primi 20\25 minuti del film. Un montaggio sperimentale tra una coreografia di danza e alcune azioni eseguite dalla protagonista, Ema appunto. Sto parlando dell’ultimo film di Pablo Larrain, autore cileno apprezzato per Tony Manero, Neruda e Jackie, solo per citare alcuni titoli, che semplicemente parla di una ragazza, del rapporto col suo corpo e della maternità. Una visione centrica sulla figura femminile a ritmo di musica elettro-raeggeton del tutto particolare che gli spettatori più curiosi apprezzeranno.
Dall’estetica cool e dalla regia fresca, sempre con quella punta di scabrosità che rappresenta la cinematografia di Larrain, Ema conquista grazie allo sguardo privo di confini, in una dichiarazione d’amore verso le donne che nel film sperimentano, riflettono, azzardano. Di sicuro il film è più visivo che altro, la sceneggiatura è un canovaccio dove gli attori sono spesso andati a braccio pronunciando frasi sconnesse e concetti ampi. Un colpo al cuore, per quanto mi riguarda, che lascia forti emozioni addosso.
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