Aneesh Chaganty è il regista e sceneggiatore di Run. Questo filmaker mi aveva incuriosita e conquistata con il suo film d’esordio, Searching, un thriller uscito nel 2018 che aderiva al filone “attraverso lo schermo” a cui appartengono ad esempio i due horror Unfriended. Questo genere è l’evoluzione del mocumentary in chiave horror, mette in campo la vita digitale dei protagonisti e sviluppa quelle paure rappresentati dai pericoli disseminati nella vastità del web. I protagonisti di questi film – che si sviluppano esclusivamente con scene che di fatto sono delle trasmissioni video viste attraverso il laptop del computer – di solito sono vittime di serial killer che rubano profili, violano la privacy e ammazzano ingenui creduloni. Searching rappresenta un’operazione difficile, decisamente riuscita, che attraverso un preciso impianto da thriller\poliziesco ha provato con successo a ampliare i “laptop film”.
E se a la buona sceneggiatura ad incastro di Searching con ottimi colpi di scena, un buon equilibrio tra impianto classico e innovazione (vi lascio qui un articolo che avevo scritto su Cinematographe.it sui 5 motivi per vedere il film) aveva fatto ben sperare, allora era decisamente il caso di andare a vedere Run, film con cui Chaganty ritorna all’impianto del thriller classico e claustrofobico che ha captato la mia attenzione, nonostante io abbia “problemi” con la protagonista del film, Sarah Paulson.
Run: trama del film

Diane e Chloe sono mamma e figlia. Le due sono estremamente legate: Diane, insegnante a chiamata, si occupa con estrema cura e dedizione della figlia adolescente disabile, accudendola nelle cure e impartendole lezioni in casa. Il rapporto tra le due è simbiotico, al limite del morboso. Chloe però è diventata un’adolescente e non vuole più essere trattata come una bambina e soprattutto sottovalutata nelle sue capacità a causa della sua disabilità. Chloe sta attendendo la lettera di ammissione al college, eppure quella non arriva mai, o almeno così dice la madre che filtra la posta per lei. Alcuni atteggiamenti sospetti di questa mamma forse troppo apprensiva getteranno l’ombra del dubbio su di lei. Sarà paura di veder il suo cucciolo volare fuori dal nido, o dietro questi atteggiamenti si nasconde un terribile segreto?
Cosa succede quando si ha paura della propria mamma?

Avete mai sentito parlare del caso dell’omicidio di Dee Dee Blanchard? A proposito ho appena scoperto che da questa storia di cronaca nera made in USA ne è stata tratta una serie tv intitolata The Act e disponibile in streaming su Starzplay. Ecco senza rivelarvi troppo, Run mi ha ricordato questa storia fatta di abusi, segreti e follia totale in cui le protagoniste sono proprio una madre e una figlia e in cui centra la Sindrome di Münchhausen per procura, un disturbo mentale che affligge genitori o tutori e li spinge ad arrecare un danno fisico alla prole o ad animali domestici per farlo credere malato e attirare l’attenzione su di sé. Il genitore/tutore viene così a godere della stima e dell’affetto delle altre persone perché apparentemente si preoccupa della salute della prole.
Impianto classico e suspense assicurata

In Run la suspense sale altissima proprio perché in scena viene messo un morboso rapporto tra madre e figlia, legame così viscerale che è quasi impossibile pensare possa macchiarsi di nefandezze. Da questo presupposto Chaganty costruisce un thriller a tratti claustrofobico e ad alta tensione, che incolla alla poltrona perché ingaggia nel modo giusto l’empatia dello spettatore. Chloe è una ragazza disabile, agli occhi della madre fragile e che necessita di essere tenuta al riparo dal mondo esterno. Chloe studia casa, esce solo se accompagnata e non ha accesso a nulla se non al suo hobby di creatività elettronica. La ragazza inizia a sospettare della madre ed è lì che il film accelera il motore della suspense, perché Chloe si sente minacciata e inizia quindi la sua lotta per la sopravvivenza.
Chaganty è bravo a costruire una sceneggiatura scarna, in cui ci si sofferma nelle situazioni di tensione. L’intrattenimento è altissimo e lo spettatore, tifando per la protagonista, freme per la salvezza della protagonista. Una storia del genere non può richiamare alla mente quel capolavoro dell’horror Misery non deve morire del 1990 celebre romanzo di Stephen King trasposto per il cinema da Rob Reiner. Non solo per la prigionia forzata in casa, ma soprattutto per una citazione chiarissima perché un personaggio del film si chiama Kathy Bates, attrice protagonista del film del 1990.
La rivelazione del film è Kiera Allen

Se Sarah Paulson continua a collezionare ruoli nella sua confort zone, interpretando donne disturbate e con un passato torbido, a primeggiare nel film è l’esordiente Kiera Allen, attrice che nella vita reale si muove grazie ad una sedia a rotelle. L’attrice è stata scelta da Chaganty per la parte di Chloe perché il ruolo necessitava di un’interprete che realmente conoscesse la disabilità della protagonista. Oltre a questo aspetto, c’è da dire che la giovane attrice non offre solo un realismo dal punto della disabilità fisica, ma anche un’ottima interpretazione dal punto di vista psicologico.
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