A metà tra biopic e gangster movie, Cocaine – La vera storia di White Boy Rick, mette in scena la vera storia di Richard Wershe Jr., salito agli onori della cronaca come White boy Rick. Il nome fu creato dalla stampa per raccontare la storia dello spacciatore del Michigan, informatore dell’FBI, che ha ricevuto la condanna più longeva della storia dello stato per crimini non violenti. Il film diretto da Yann Demange (’71) riporta a metà degli anni ’80, precisamente il 1984 nei sobborghi di Detroit, quando Richard Warshe JR. all’età di 14 si trovò ad essere contemporaneamente membro di una gang criminale, informatore dell’FBI e successivamente trafficante di droga. Il film è stato distribuito in Italia nel marzo 2019. Da gennaio il film 2021 è disponibile su Netflix.
Cocaine – La vera storia di White Boy Rick: periferie e cittadini abbandonati

Richard è un quindicenne che vive nella periferia est di Detroit, in un quartiere povero, dove si aggirano gang criminali e farsi di crack e eroina è praticamente normale. Sua sorella è infatti una tossica, mentre suo padre è un rigattiere di armi. Le speranze di avere una vita dignitosa sono davvero scarse per il ragazzo: le possibilità che gli offre il suo ambiente sono girare per le fiere di armi con il padre per poi venderle in contrabbando, sognando di mettere via dei soldi per aprire un videonoleggio, oppure lavorare per la mala afroamericana che fa i soldi con la droga. Strano poi che un bianco decida di farsela con i neri se non per loschi affari, così l’FBI coinvolge Rick in un’operazione in cui il ragazzino diventa infiltrato con l’obiettivo di mandare in galera i pesci grossi.
Cocaine – White Boy Rick e le distorsioni della giustizia

Si sa come va con gli informatori: fin quando servono si spalleggiano, quando serve si proteggono per uscire dai guai con la giustizia, ma una volta assolto il compito sono roba da dimenticare. L’FBI addirittura insegna a Rick come tagliare il crack così lui può stare nel giro, spacciare roba, farsi due soldi e dare soffiate all’FBI. Rickie non si tira indietro ma nonostante la sua voglia di progredire continua a rimanere impantanato nella melma in cui è nato. A soli 15 anni sa chi sono i poliziotti corrotti, gli sparano, addirittura diventa padre, ma niente sembra scalfirlo.
Così, nella speranza di avere un riscatto, decide di diventare un criminale per emergere in una società che pare averlo completamente escluso dai giochi. Saranno 8 kg di cocaina a incastrare White Boy Rick: il possesso di stupefacenti lo manda in carcere con ergastolo, proprio mentre l’FBI riesce ad arrestare una serie di poliziotti corrotti proprio grazie a lui.
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Cocaine – White boy Rick: il sogno americano e il rapporto padre figlio

Il film di Demange unisce la vicenda realmente accaduta a alla parabola di ascesa e caduta di un criminale ingenuo. Niente a che vedere con il ritmo alla Scarface, perché il film mostra una serie di avvenimenti senza che siano avvincenti. Una sorta di apatia mista a realismo che si riflette nella regia di Demange e nell’interpretazione di Richie Merritt, esordiente in Cocaine – White Boy Rick, che grazie al suo sguardo inespressivo non passa inosservato. Questa è anche la storia, abbozzata, di un rapporto tra padre e figli: il padre in questione è interpretato da Mattew McConaughey, un uomo convinto di essere un leone, pronto a far esplodere la sua fortuna e che invece trascina lui e i suoi ragazzi in una situazione di degrado. Incapace di agire fino in fondo ed avere il coraggio di uscire dal fango, finirà per rendersi conto troppo tardi di aver dimenticato i suoi buoni propositi di genitore.
Cocaine – La vera storia di White Boy Rick: un film riuscito a metà

La storia di Richard Wershe è di enorme interesse ed è la vicenda di cronaca enunciata nella descrizione ad aver attirato la mia attenzione. Purtroppo la vicenda soffre per le scelte narrative e registiche: c’è grande distacco tra l’occhio di Demange e la vicenda umana dei protagonisti, come anche molte vicende sembrano soffocare senza uno sviluppo narrativo sufficiente. Il film è comunque ben girato e ci sono delle bellissime sequenze che riescono ad accendere una scintilla emotiva: dall’arrivo nel locale da ballo per fare serata (indimenticabile l’ingresso del sempre bravo Eddie Marsan in versione dance, che regala una brevissima interpretazione di un criminale sopra le righe), all’incontro tra Rick e la sua compagna di classe, fino alla scena in cui il giovane scopre di essere padre.
Il difetto sta nella distanza
Purtroppo la distanza che la regia mette tra la vicenda in scena è come una metafora, come se il protagonista si trovasse una sorta di limbo, uno spazio tra bene e male, tra normalità e anormalità, che però Rick non riuscirà mai a superare. Questa impasse in cui si trova il giovane e dal cui punto di vista pare essere raccontata la vicenda pone un ostacolo al collegamento empatico tra spettatore e vicenda.
In conclusione vederlo o non vederlo?

Sarebbe un dispiacere bocciare questo film perché è come un puzzle con tutti i pezzi giusti che però non riescono ad essere montati. Il sogno americano infranto, il degrado delle periferie urbane, il delicato rapporto padre-figlio, l’amarezza data dalle distorsioni dei sistemi di giustizia sono temi di grande fascino, nonostante questo però Cocaine – La vera storia di White Boy Rick resta incompiuto. Non me la sento di dirvi di non vederlo, ma se lo farete almeno saprete a cosa state andando incontro!
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