Titolo e locandina, oltre che chiacchiericcio, mi hanno molto incuriosita e spinta a vedere Sick of myself, film del norvegese Kristoffer Brogli, presentato a Cannes nel 2022, poi in Italia al Torino horror festival, successivamente distribuita da Wanted e ora disponibile in streaming su MUBI. Un film sponsorizzato da John Waters (Pink Flamingos, La signora ammazzatutti) come suo film preferito del 2022, un biglietto da visita più che valido per procedere alla visione. Ultimamente sono alla ricerca di film laterali, distribuiti con meno enfasi e dopo aver visto quella chicca di There’s nothing out there (che ho recensito per Nocturno.it) e Passages, devo dire che la piattaforma di MUBI è il luogo adatto dove trovare titoli sorprendenti.
Sick of myself è una unromantic comedy stridente e sarcastica
Come suggerisce il titolo, questo è un film malato e rappresenta al meglio una tendenza dilagante nella società capitalista contemporanea: il narcisismo e quindi l’egocentrismo. Al centro della vicenda c’è Signe, una ragazza che vive una relazione tossica con Thomas, un aspirante artista, molto concentrato sulla sua carriera e poco sulle esigenze, soprattutto affettive, della sua ragazza. Lei è una barista che si sente sottovalutata in quel ruolo, lui ammirato per le sue genialità. Quando su di lui si accenderanno i riflettori del successo, lei farà di tutto per essere al centro dell’attenzione, anche arrivando all’autodistruzione.
Sick of myself e l’egocentrismo dilagante
Come ha dichiarato Kristoffer Brogli questo è un film nato dall’osservazione dei cittadini di Los Angeles dove si è trasferito per lavorare nel cinema. È negli USA che si è accorto di quanto lì in molti siano ossessionati dal farcela (il mito dilagante del self made man, conseguenza dell’intriso modello capitalistico), a costo di fare sgambetti e di dire bugie per apparire per quel che non si è. La protagonista del suo film d’esordio è ossessionata dall’essere notata al punto di decidere consapevolmente di farsi del male.
Se nel filone cronenbergiano del body horror la deturpazione e modifica del corpo rappresenta il cambiamento antrobiologico verso il quale si dirige la società occidentale, in Sick of myself la mutazione del corpo è il punto di partenza. La società è marcia – oltre che estremamente fragile – e non può fare altro che mostrarsi come tale. Più Signe si avvicina al successo e più il suo corpo continua a marcire. Sono tutti belli e di successo, per distinguersi ed essere ancor più di successo la soluzione è mostrare l’orrore. Insomma il male non è sotto è ben evidente.
Meno politica e più commedia nera
In realtà il film di Brogli si muove più sul filo del sarcasmo che su quello della denuncia, creando momenti molto ironici. La scena più centrata è quella in cui il godimento di Signe durante un rapporto sessuale con il suo fidanzato è accostato al pensiero del dolore di Thomas per la morte scampata della fidanzata, fino all’immaginazione del proprio riuscito e nutrito funerale. Più feroce che sarcastico, sicuramente Sick of myself è un film distruttivo che ci porta al punto finale di un certo tipo di mentalità.
Il film è molto originale e di grande intrattenimento. Al centro del racconto c’è il tema del successo fino ala morte: successo nei rapporti di coppia che diventano disfunzionali, al lavoro sfoderando il più marcio arrivismo capitalista, in società in una sfida costante a chi è più dell’altro, con il chiaro rimando ai social e ai media (con la pornografia del dolore). Sick of myself non lascia indifferenti e anzi si attiene proprio alla funzione che la settima arte ha: rappresentare la realtà offrendo uno sguardo visivo e narrativo capace di far nascere interrogativi e trasferire immaginari.
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